La vita ed il coronavirus

Si è tutto fermato! Una vita fatta di corsa, divisa tra amici, famiglia, appuntamenti, progetti, lavoro e quant’altro, all’improvviso si è fermata.

Io vi voglio parlare della mia visione di questa emergenza, di quello che ho realmente provato, di quello che questa emergenza mi ha fatto capire. E spero che in questo viaggio fatto insieme possiamo ritrovarci più forti di prima, più uniti, per abbracciarci domani così come vogliamo.

Alla fine di gennaio, quando questo virus ha colpito la Cina, ho pensato che fosse l’ennesima esagerazione e che il popolo laborioso cinese, nel minor tempo possibile, potesse arginare tutto. Insomma ho sinceramente pensato: ‘Porelli, ma tanto sono lontani’.

Ho continuato a vivere normalmente, ho pensato che stessero esagerando, che ci fosse qualche strano e meschino piano sotto. Poi il primo contagio in Italia. Ma nonostante tutto ho pensato che Milano è ancora ben distante dal mio bel Molise.

Non son uscita a festeggiare certo, ma ho continuato, nel mio piccolo, a fare la vita di sempre. Però i tg erano il mio pane quotidiano. Non Facebook, ma i canali reali.

Quando hanno chiuso la scuola, lo ammetto, un po’ mi sono girate perché pensavo che si stava realmente esagerando. Poi ho letto i numeri, ho visto gli ospedali pieni, ho avuto paura.

Perché noi nati negli anni 80 di pseudo epidemie ne abbiamo viste diverse, come dimenticare l’H1N1 (la suina), ma questa volta la situazione era diversa, i contagi aumentavano, la preoccupazione per un normale raffreddore era assillante. Così ho deciso di rimanere a casa. Volevo fare il mio anche io.

Andavo a lavoro felice perché il mio luogo di lavoro era comunque sicuro e vedevo quel posto come un modo per avere qualche ora di sana libertà. Pensate bene, andare a lavoro, fare il tragitto, guardare la mia città, vedere i negozi che, paradossalmente, vedevo ogni giorno, per me era aria pura.

E così ho deciso di scrivere su un quaderno ogni cosa che potesse sembrarmi una conquista in questi giorni dove anche abbracciare mio nipote è un atto vietato.

Oggi vi parlo della felicità di andare a lavorare.

Alle 07 la sveglia non mi ha dato fastidio, anzi, mi ha fatto sorridere. Adoro stare a casa, ma la possibilità di poter uscire e vedere il mondo mi fa stare bene.

Di solito, tra trucco e parrucco, arrivavo sempre di corsa a lavoro suonando e correndo per strada per non fare ritardo. Una strada che faccio ormai da 35 anni e che da casa mia mi porta in centro.

Case e paesaggi visti e rivisti mille volte, spesso guardate anche di sfuggita, eppure oggi ho notato che questa strada ha davvero mille colori. Sono uscita con largo anticipo, sono passata al mio solito bar dove c’ero solo io, ho ascoltato quello che il mio barista da 3 anni aveva da dirmi.

Aveva la mascherina, i guanti, eppure mi sono accorta che ha gli occhi nocciola, che ha una bimba a casa ed ha paura di perdere il lavoro. Di solito, quando mi fermo, ho così fretta di avere il mio caffè che raramente alzo lo sguardo.

A lavoro c’ero solo io. Quel porto così laborioso era deserto e mi sono accorta che le barche, infondo, non fanno rumore, ma siamo noi con le nostre urla ed i nostri discorsi a dare fastidio al moto del mare.

Quando ero da sola in ufficio, alcune volte, mi perdevo nei miei pensieri, stamattina invece ho ascoltato il silenzio di un Paese che si ferma per ripartire, un silenzio che ti entra dentro e ti fa crescere, un silenzio che ha così tanto da dire che ti cambia dentro.

Il rientro a casa è stato più lungo del previsto. DI solito, dopo il lavoro, corro in palestra dove mi alleno per un’ora, faccio la sauna, mi rilasso un po’ e poi torno a casa. Nulla di tutto questo perché avevo paura e così lentamente sono tornata a casa.

Ho visto commercianti con lo sguardo buio, persone che affollavano i centri commerciali per fare rifornimento, case chiuse, negozi con la serranda abbassata. Ho pensato a chi non aveva la possibilità di avere lo stipendio a fine mese, chi la ‘pagnotta‘ se la doveva guadagnare e che in questo periodo sapeva che doveva stringere la cinta il più possibile.

Ho osservato il loro volto preoccupato. Si, anche io ero preoccupata per i miei cari, ma nei loro occhi vedevo quella sfumatura di nero che sa di incertezza per il domani, di poter perdere ciò che si era creato, di vedersi portar via i sacrifici di una vita.

La mia fortuna: la campagna.

Arrivata a casa mi sono guardata intorno… quel panorama visto e rivisto, noioso e solitario mi è sembrato la cosa più vicina alla libertà che io potessi avere.

Non scendevo giù nella terra coltivata da anni, non avevo tempo, non riuscivo, non potevo. Invece, ieri pomeriggio ho messo le scarpe ed ho fatto una passeggiata… le api, i fiori, gli alberi, gli animali, tutto mi è sembrato bellissimo.

Così, ogni pomeriggio sto scendendo a vedere se la pianta ha germogliato, se il fiore è sbocciato ed insieme ai miei due bimbi abbiamo deciso di iniziare a coltivare dei fiorellini.

E pensare che i pomeriggi prima del Coronavirus correvo da una ludoteca all’altra, da un luogo per farli giocare ad un altro, quando il massimo che potevo dargli era sotto il mio naso.

E così lentamente ho iniziato ad appuntare tutto. Così resto a casa e riscopro cose dal valore inestimabile: la semplicità.

Il mio ciliegio

Nei prossimi post vi racconterò, passo dopo passo, le mie scoperte, la mia vita al tempo del Coronavirus. E parto da lunedì 09 marzo 2020, quando un po’ di vita era ancora possibile.

Eppure, quattro mesi di reclusione io li ho già vissuti, ma ve ne parlerò in seguito… ora scendo a vedere le nostre piante.